Care aziende che assumete (o ci provate): comunicare non basta, bisogna rispondere. Che poi, a ben guardare, la comunicazione includerebbe di default la risposta, ma pare che non sia sempre così. Vi hanno detto di fare employer branding, vi hanno detto di tirar fuori i valori, vi hanno detto che dovete essere su LinkedIn e che dovete rendervi attrattive… tutto vero, tutto bello, ma se poi…
.. capite che potete fare tutto l’employer branding che volete, ma la candidate experience sarà pessima, e non pensate che non se ne parli, se ne parla eccome.
Qual è il punto? È quello che spiega bene Serenella Panaro nel post che ti porgo nei commenti: c’è una responsabilità in chi si occupa di recruiting che va oltre la chiusura delle ricerche e la firma di un contratto di assunzione e che si estende a tutte quelle persone che non vengono assunte.
Il malessere che genera e alimenta un processo di selezione gestito con i piedi ha delle ripercussioni che vanno oltre gli sfogatoi che si leggono su LinkedIn: l’impatto è forte e deleterio.
Non si risponde ai candidati per fare loro un favore, si risponde per rispetto, considerazione e professionalità e anche perché solo così possiamo smantellare, un pezzo alla volta, l’eterna opposizione tra domanda e offerta e iniziare a costruire insieme il futuro del lavoro.
È vero, ci sono candidati che rendono difficile il lavoro di chi fa recruiting (sono stata per 20’anni una recruiter e ne ho incontrati parecchi), ma vi assicuro che è molto più grande il male che riesce a provocare il mondo aziendale perpetuando processi di selezione privi di professionalità oltre che di intelligenza emotiva.
Ora, io lo so che tutto questo sta piano piano cambiando, che ne dite di farlo sapere anche a chi cerca lavoro? perché pare che ancora non se ne siano accorti (lo dimostrano i commenti al mio post di ieri, lo trovi nei commenti)
La migliore forma di comunicazione è la conversazione: anche per fare employer branding e talent acquisition.
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