Zitta zitta qui da noi a causa dello scandalo dei pandori in finta beneficenza, è passata in sordina una notizia clamorosa per il mondo automotive: Daihatsu, brand giapponese con oltre settant’anni di storia alle spalle controllato da Toyota, fa dietro-front e ritira tutti i suoi veicoli dal mercato.
In Giappone è una reazione a catena distruttiva: da fonti Bloomberg, pare che un’indagine abbia portato alla luce che oltre 88000 auto realizzate tra Thailandia e Malesia per il brand nipponico avevano le certificazioni di sicurezza per la collisione laterale falsificata.
E non è finita qui.
Una seconda inchiesta ha poi rintracciato ulteriori 174 irregolarità su altre auto, alcune delle quali con logo Toyota. Toyota, non solo Daihatsu.
Parliamo del brand automotive più grande al mondo, per capirci.
E ora, lo scandalo rischia di allargarsi anche a Mazda e Subaru poiché il brand oggetto della controversia è da anni loro fornitore. Considerando che si parla di irregolarità partite fin dal 1989, possiamo solo immaginare l’entità del danno d’immagine.
Come si affronta un crollo della reputazione di questo genere? Toyota ha sicuramente le risorse per far fronte alla questione ma urge ricordarsi che nessuno è al sicuro, sul mercato. Nemmeno il brand di auto più importante del globo. Riconquistare la fiducia dei clienti non è semplice ma abbiamo illustri esempi fin troppo recenti, vedi Volkswagen per lo scandalo dieselgate.
Una cosa è certa. Fare i furbi, oggi, è qualcosa che davvero in pochi possono permettersi, soprattutto se piccolini.
Se non hai risorse per gestire la crisi, nel 2024, chiudi la serranda.
Ecco perché insisto sull’autenticità. E sull’imparare dagli errori altrui, che fa sicuramente meno male.
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