Parlare di meno, fare di più. Il report Ambrosetti: Italia al 18° posto su 22 Paesi per capacità di generare innovazione; al primo posto si classificano Israele e Stati Uniti, seguiti da Germania e Svizzera.
I ricercatori italiani sono al primo posto per quanto riguarda la produzione scientifica ma non siamo in grado poi di trasformare le idee in soluzioni pratiche d’impresa.
Le migliori innovazioni italiane faticano a scalare i mercati. In tanti casi proprio non ci arrivano. E lo leggiamo spesso anche su Linkedin: a maggio 2022 si contano 1.100 unicorni in tutto il mondo; i primi tre Paesi sono gli Stati Uniti, con 584 unicorni (il 53% del totale), la Cina con 174 unicorni (il 15,8% del totale mondiale) e l’India con 66 unicorni (il 6% del totale mondiale). Solo una startup italiana, invece, ha superato il valore di 1 miliardo di dollari (Scalapay), un risultato davvero modesto se confrontato con i 42 unicorni del Regno Unito, i 29 della Germania e i 24 della Francia.
La politica dovrebbe concentrarsi su quanto emerge: abbiamo poche risorse dedicate alla ricerca (capitale umano) che sono però brillanti: dovremmo foraggiare ricerca e sviluppo e investire in attuazione, nella trasformazione pratica, nel fare i soldi grazie all’innovazione. Quest’ultimo passaggio è fondamentale, passare dalla teoria alla pratica, dobbiamo contestualizzare e canalizzare la nostra proverbiale genialità.
Uh, giusto per la cronaca, peggio di noi: Svezia, Spagna, Lettonia, Grecia.
Fonte: Il Sole24Ore, Ambrosetti
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