L’informazione deriva dalle persone, che devono partecipare al valore generato

Il mondo reale è cambiato. È caduto il confine con il mondo digitale. La nuova dimensione della persona è una commistione tra ciò che vive e ciò che produce, tra ciò che è reale e ciò che è virtuale. Questo è diretta conseguenza della pervasività delle nuove tecnologie e della connettività, entrambe onnipresenti e capaci di conferire una grande risonanza alle azioni compiute dagli utenti per mezzo degli strumenti connessi alla rete ed in essa presenti.

Le azioni, le scelte e le informazioni generate e inferite dagli utenti permangono in un eterno presente all’interno dell’ecosistema digitale, che si impone come un nuova dimensione nella vita delle persone, condizionandone il divenire, anche in misura maggiore rispetto a ciò che è reale. In effetti, le persone si muovono individualmente nel mondo digitale come enormi neonati, il cui sviluppo psico-motorio non è ancora avvenuto. Gli utenti, come titanici lattanti, sono inconsapevoli della forza impressa in ogni loro singolo gesto o vagito, eppure sono immersi in una vastissima calca di altri utenti, che però reagiscono come piccoli e fragili soggetti ipertimesici, propagando le azioni dei primi come nel crollo di un lunghissimo domino.

Il mondo reale

Nel mondo reale, quello disconnesso dalla rete, tanti sono i fattori che concorrono alla maturazione della cognizione di sé nello spazio e nella società. La capacità di comprendere le conseguenze di un determinato atto, prima che questo sia compiuto, è dunque un processo mentale difficile da acquisire e frutto di anni di esperienza vissuta dell’individuo. Un’esperienza toccata con mano, anche in termini generali di dolore e piacere fisico, di presa di coscienza di potenzialità e limiti, di educazione ricevuta e riflessa da ciò che circonda le persone, nel tempo e nella società.

Il mondo digitale

Nel mondo digitale, quello connesso alla rete, tale processo è fortemente compromesso. La mancanza di interazione fisica, della possibilità di fare affidamento sui sensi e sui relativi preconcetti, quali griglie mentali spesso vitali in situazioni avverse o ignote, porta l’utente a sottovalutare enormemente anche gli aspetti più basilari delle interazioni con gli altri individui e con le macchine in rete. Nell’ecosistema digitale, l’esperienza, come apprendimento dalle scelte compiute, spesso è già condanna. La rete non dimentica, è programmata per non dimenticare e consentire a tutti di avere accesso alle informazioni. Anche bene e male non sono programmati, sta all’utente capire, con largo anticipo, che lo strumento con il quale accede a tale ecosistema è tutt’altro che una maschera, non garantisce né anonimato né impersonalità rispetto alle azioni compiute.

Persone in Rete

La persona che accede alla rete lo fa attraverso strumenti che gli consentono di essere un utente che ha grande voce e presenza nella dimensione virtuale. Al contempo, le connessioni create tra utenti non corrispondono necessariamente a conoscenze personali, ad una vicinanza relazionale quale può essere l’amicizia o la collaborazione professionale. Le connessioni virtuali sono concesse con estrema facilità, dando accesso alla sfera di intimità reale della persona, nella convinzione comune che l’atto del disconnettersi sia la prova di una terzietà del mezzo o del servizio rispetto ad essa.

La persona-utente è chiamata a porre estrema cautela nell’utilizzo della dimensione digitale, che può combinare la forza di un megafono, un telescopio e un maxischermo insieme, onde evitare di assordare, giudicare in modo indiscreto o impressionare chi è vicino, parte del proprio network, oppure destare discutibili interessi e accedere a contenuti indesiderati di chi è lontano, come gli stessi fornitori di servizi online.

L’essere utente è però anche uno stato ormai inconscio, in quanto gli stessi strumenti possono agire anche senza il continuo intervento umano, essere sempre presenti poiché indossati o comunque portati dalla persona o dagli oggetti di cui si avvale. La persona reale è allora traslata in rete, tramutata in utente, in maniera sempre meno cosciente all’aumentare dell’uso e dell’abitudine a detti strumenti, poiché questi non generano stimoli, non trasferiscono ai sensi umani alcuna risposta diretta, ma agiscono, in quanto programmati per farlo, tramite processi continui e impalpabili.

Il mondo digitale-reale è a tutti gli effetti un insieme complesso di oggetti, persone e macchine che interagiscono sia attivamente sia passivamente tra loro. Ogni atto genera informazione, bit che possono essere rielaborati, analizzati o semplicemente conservati. Tali informazioni e relazioni sono però, in ultima istanza, generatori di grandi ricchezze e benessere, un sogno che spinge l’ingegno umano allo sviluppo per lo sviluppo. Una gara di cervelli umani per proclamare chi per primo ha posto l’ultimo tassello per la creazione di un cervello digitale, un organismo di tecnologie che ha coscienza di sé, autonomo anche nel proprio progresso. L’informazione deriva ancora dalle persone. Sono le persone reali o utenti che generano la vera ricchezza. È allora necessario destare una nuova consapevolezza, quella della persona-utente, come un tutt’uno in grado di agire in piena coscienza di sé nel nuovo mondo digitale-reale (iper-mondo?).

Reale e digitale
Reale e digitale, sempre più interconnesse. Photo credit: geralt, by Pixabay

Oggi appare quindi necessario riflettere sugli strumenti, per evitare la disumanizzazione dei meccanismi che governano il mondo digitale-reale e garantire che le decisioni più importanti rimangano sempre in capo alle persone. Il futuro sviluppo dell’ecosistema digitale-reale dovrà allora essere guidato da una collaborazione innovativa trasversale, ovvero multisettoriale.

Utenti digitali: siano partecipi del valore creato

Il mondo digitale-reale non può continuare ad essere gestito nelle sue componenti singolarmente, ma come un insieme organico e complesso. La ricerca e sviluppo dell’industria dovrà aprirsi alle interazioni anziché continuare ad iper-specializzarsi, consentendo cioè la contaminazione, la critica costruttiva e la partecipazione da parte di altri settori e della società che sono affetti collateralmente dai risultati conseguiti o ambiti. Tale scelta, consentirà di evitare che in un futuro prossimo le persone-utenti ritengano l’ecosistema digitale-reale una minaccia. Tale binomio per certi aspetti è già in atto e dovuto ai recenti accadimenti in tema di diritti privacy degli utenti, calpestati dai giganti della rete orientati al profitto indiscriminato. La percezione delle persone nell’essere monitorate e sfruttate dall’industria digitale deve essere pertanto affrontata, garantendo il diritto ad un nuovo sviluppo socioeconomico digitale sicuro, in cui la persona-utente è partecipe del valore creato, non vittima dei mezzi che lo generano.

Alfabetizzazione civico digitale

La regolamentazione deve essere presente e considerare la poliedricità del modo digitale-reale nei mezzi, nelle interazioni e negli effetti sulle persone, evitando monopoli di fatto, riducendo le barriere all’ingresso nei nuovi possibili mercati. La politica europea del mercato digitale unico deve cambiare orientamento ed indirizzarsi verso un approccio sempre meno legato alle tecnologie e incentrato sul benessere della persona-utente, prima del profitto. A partire dalla comprensione che è già in atto il superamento del confine tra reale e digitale. È necessario dunque un approccio coordinato, non settoriale o, peggio, miope dell’evoluzione digitale in tutti i settori, non solo in quelli ultra-innovativi. L’assenza di regolamentazione conduce al monopolio, effimero benessere che riduce nel tempo la qualità e l’accessibilità dei servizi offerti.

Un forte richiamo da parte delle istituzioni dovrebbe essere tempestivo e nei confronti della società nel suo complesso, focalizzato sull’alfabetizzazione di base delle persone-utenti, non solo in termini informatici bensì civico-digitali. Le Istituzioni dovrebbero allora fornire informazione e formazione, gratuita e accessibile a tutti, ad esempio rendendola obbligatoria nelle scuole primarie. Coinvolgere e non escludere il mondo industriale in questo progetto è un valore, un elemento rafforzativo, attraverso maggiore trasparenza ed informazione nei confronti delle persone-utenti, per promuovere l’importanza della nuova dimensione umana nel contesto digitale-reale.

Infine, così come avviene nel mondo reale, dove tra i diritti primari vi è quello all’assistenza e alla salute della persona, nel mondo digitale-reale la persona-utente necessita di altrettante tutele, oggi assenti. È necessario che il mondo accademico si concentri sempre più sulla valutazione di cause ed effetti, derivanti dall’esposizione e presenza nell’ecosistema digitale-reale delle persone-utenti.

Una nuova disciplina dedicata è quanto mai auspicabile, che possa offrire indirizzi di mitigazione degli effetti negativi della presenza ed esposizione digitale, tanto alle persone-utenti quanto alle imprese. Una disciplina che preveda la presenza di componenti umanistiche, psico-sociali ed ingegneristiche, proprio per creare profili in grado di cogliere ed indirizzare le tematiche più importanti e multidisciplinari di cui, in ultima istanza, è composto l’ecosistema digitale-reale.


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Diego Padovan
Ingegnere gestionale e Data Protection Officer, da anni ricopre il ruolo di privacy & regulatory advisor a Roma e Bruxelles, nonché Responsabile per la Protezione dei Dati (DPO) per primarie società italiane ed internazionali, con incarico di docenza presso il master di II livello in Tutela della Privacy e Data Protection Officer del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Roma “Tor Vergata”. Formatosi all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, ha portato a termine importanti traguardi accademici, tra cui l’Executive Programme della London Business School e l’Annual Training Course on Communications & Media Regulation dell’European University Institute. È certificato in ambito protezione dei dati personali presso il TÜV Italia, con la certificazione CDP e a livello internazionale con l’International Association of Privacy Professionals (IAPP), con la certificazione CIPP/E. Dirige la Società di consulenza DPO Compliance Consulting, con la quale ha ottenuto importanti riconoscimenti anche a livello europeo, con la partecipazione in progetti H2020, ed è partner dell’Università degli Studi di Messina. Collabora attualmente alla redazione di guide e manuali tecnici con l'associazione italiana Federprivacy e la rivista online CyberSecurity360.

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